L’antica Tibur nasce, dal XII all’VIII secolo a.C., sull’orlo del salto pleistocenico dal fiume Aniene
che si getta nella Campagna Romana 160 metri più in basso. Nel corso dei millenni l’impetuoso
fiume, ricchissimo di acque, ha modellato il paesaggio di questo salto, creando di volta in volta
laghi, cascate, passaggi sotterranei, inghiottitoi, e causando crolli e riequilibri di varia natura.
L’antica città, costruita a ridosso di questi salti in ragione della sua funzione di controllo delle strade
di transumanza provenienti dall’Appennino, fu più e più volte travolta dalle piene del fiume, come ci
documentano Plinio il Giovane, anonimi cronachisti medievale e, infine, scrittori tiburtini che
assisterono all’ultimo di questi disastri, quello del 1826.
Fu allora che, con un’opera ingegneristica che destò ammirazione in tutto il mondo, il Papa
Gregorio XVI fece deviare il fiume incanalandolo in due cunicoli che perforano la montagna, lunghi
più di 200 metri e facendolo precipitare di nuovo nel suo alveo con una cascata alta quasi 120
metri, la seconda d’Italia.
Si liberò così quasi totalmente dalle acque la zona che era stata attraversata, da millenni, dalla
fase più impetuosa dell’Aniene, un’orrido di stupefacente bellezza che fu sistemato a vialetti,
scalinate, passaggi coperti, e reso visitabile: quello che era stato l’abisso dell’Aniene diventò la
Villa Gregoriana, sistemata di nuovo all’inizio di questo secolo e divenuta uno dei beni gestiti dal
FAI.
Ripercorrendo la Villa Gregoriana si ripercorre, immersi in un paesaggio lussureggiante, la storia
della città, i cui segni sono ben impressi nelle rocce friabili e instabili che la sostengono. L’orrido
diventa sublime.

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